Questa mattina, appena sveglia, ho pensato: i siriani, ogni giorno, quando aprono gli occhi, se li riaprono, ringraziano per non essere morti sotto una bomba o di malattia, di freddo, di paura e di fame.

Nel 2011, stiamo parlando di cinque anni fa, Il dittatore, Bashar al Assad, ha risposto alle manifestazioni di protesta contro il suo regime, ordinando
untitled di sparare su una folla armata solo dei suoi slogan. Quella che era stata solo una rivolta pacifica contro la dittatura di Assad, ha dato luogo a una guerra tra superpotenze e rispettivi alleati, Stati Uniti, Russia, Arabia Saudita, Iran e Turchia, dove la posta in gioco è il controllo del territorio e le risorse energetiche. Una guerra che fino ad oggi ha provocato la morte di 300mila persone e cacciato milioni di siriani dal loro paese.

La guerra in Siria, come tante altre guerre, è frutto di una politica che mira alla creazione di superpotenze economiche e che sta trascinando il mondo verso una catastrofe, verso un nuovo medioevo. Ciò che trama, e non è visibile agli occhi, di tanto in tanto esplode, con tutta la sua violenza, disseminando il mondo di guerre e atrocità, più o meno eclatanti.

Questa guerra è diventata, come tante altre tragedie, un avvenimento cui ci siamo abituati. Questa volta, però, gli effetti devastanti di questa guerra arrivano nel nostro paese ogni giorno: sono le migliaia di profughi costretti a lasciare la Siria e i paesi limitrofi. Quando pensiamo a loro, quando li incontriamo, prima di formulare qualsiasi pensiero, richiamiamoci la sensazione di costrizione che abbiamo provato qualche volta untitled-1nella nostra vita e pensiamo che quella sgradevole sensazione non si avvicina, nemmeno lontanamente, a quella che provano queste persone, costrette a lasciare ciò che hanno di più caro, fuggendo da bombe e proiettili, gli stessi che hanno ucciso figli, genitori, amici e parenti. Poi, consideriamo come sia solo una questione di fortuna essere nati in questa parte di mondo e non in Siria e che se le cose continuassero a peggiorare potremmo trovarci anche noi dalla loro parte.

La situazione in Siria è molto complicata e oggi solo un’azione diplomatica internazionale, capace di mediare tra le parti in conflitto (e in questo l’Europa potrebbe avere un’importanza fondamentale) può porre fine alla guerra. Tuttavia, per arrivare in tempi brevi a una risoluzione del conflitto, è fondamentale che tutte le forze nonviolente continuino ad agire per mantenere alta l’attenzione su questa tragedia.

Il giorno che dal cielo della Siria non pioveranno più bombe sarà un giorno lieto.

Però, le ingiustizie che si vivono in varie parti del mondo, la sofferenza che milioni di essere umani sperimentano quotidianamente non finiscono con la fine di una guerra. Io sono nata nel 1968 e ho visto iniziare e finire diverse guerre, localizzate in vari punti del pianeta, e ho sempre sperato che fosse l’ultima. Con il tempo, invece, ho compreso che non sarebbe mai potuta essere l’ultima, perché esiste la “grande guerra” che riduce un uomo a sentirsi denigrato, violentato, affamato e abbandonato. La “grande guerra” crea le condizioni per le tante “guerre” che si combattono nel mondo, di cui quella siriana, in questo momento ne è l’esempio più drammatico.

genealogiaSapremo porre fine alla grande guerra? Dipenderà da ciò che faremo con la nostra vita.

Forse oggi, nello specifico, non possiamo risolvere la situazione in Siria, né bloccare i barconi della morte e tutto questo ci fa sentire impotenti e violentati. Si rimane sconcertati di fronte all’immobilismo: non ci sono piazze che si riempiono, né scuole e università che si bloccano per dire no alla grande guerra. Tuttavia, occorre reagire di fronte alla percezione di un presente che potrebbe annichilire anche chi non ha perso la fede nel cambiamento.

Noi pensiamo sia importante lavorare per creare coscienza nonviolenta, soprattutto con le nuove generazioni. Creare ambiti dove si possa riflettere sul senso della nostra vita e sull’azione efficace che punti a un cambiamento simultaneo, personale e sociale, capace di opporsi a questa direzione distruttiva che i signori della morte imprimono alla storia umana.

I popoli possono vivere in pace senza confini, muri e frontiere e le persone sentirsi fratelli.

Dobbiamo lavorare oggi per il futuro, però per farlo è necessario portare il futuro nel presente.

Marina