Penso alla montagna, immagino la camminata adagio che dalla valle porta fino alla roccia, e poi l’arrampicata. Muoversi in verticale, adeguandosi alla conformazione del paesaggio, è come alleggerirsi, disfarsi degli oggetti inutili così come dei pensieri. Viaggiare in silenzio, aderire alla pietra con il rispetto e il timore nei confronti di un’anima gigantesca e selvaggia che accetta un elemento estraneo, riduce inevitabilmente i bisogni, le ambizioni, le opinioni da cui dipendiamo solitamente.

Lo spazio in cui siamo collocati influisce e spesso si accorda con la nostra dimensione più intima. Quando è chiuso, limitato e disumano, diventa perfino stimolo alla flessibilità fisica e mentale, all’espansione dell’anima che nella forma angusta scopre l’assenza totale di forma.

Nell’indeterminatezza della forma sbocciano l’essenza e la libertà, che poco o nulla hanno a che fare con l’abbondanza e ciò che comunemente viene creduto indispensabile. Quanto il relazionarci con le caratteristiche di un ambiente sia decisivo nell’individuare le nostre priorità è evidente. Il limite e la ristrettezza poi, se non riducono o bloccano la naturale tendenza ad una piena espressione vitale, costituiscono un’occasione per andare oltre il limite.

D’altra parte, il nostro spirito non comunica con la periferia del corpo e con il mondo attraverso le strettoie del collo e della vita?