Se facendo un’astrazione immaginassimo di vivere in un mondo perfetto, senza povertà, senza malattie, senza calamità naturali, avrebbe ancora senso parlare di solidarietà?

Se per solidarietà ci riferiamo a quella tipica del Natale, perché dobbiamo essere tutti più buoni, o quella in occasione di grandi calamità naturali, perché sennò ci sentiamo quasi in colpa di averla scampata, o a favore di associazioni che si occupano di casi umani particolarmente toccanti, perché hai visto mai, potrebbe succedere anche a noi, allora no in presenza di un mondo “perfetto”, non avrebbe senso parlare di solidarietà.

Eppure io credo che solidarietà sia tutta un’altra cosa, la mia esigenza intima di essere solidale con gli altri è nata dalla banale riflessione che la mia vita, più o meno felice, derivava dalla circostanza, che non avevo scelto, di essere nata in una particolare area geografica e, all’interno della stessa, in una determinata famiglia. Ho compreso quindi che i presupposti vitali dai quali partivo non erano che una casualità, nel corso degli anni, però, questa riflessione si è evoluta. Ora credo fortemente che la solidarietà è un legame tra le generazioni e tra gli uomini, che ci fa riconoscere come singole parti di un tutto, tutto che per progredire e crescere nel modo migliore deve saper accogliere e pr
oteggere ogni individuo, riconoscendo quanto il valore di ciascuno sia importante.

Io, discriminato, sono testimone del fatto che la società attuale non è una società umana perché rifiuta e marginalizza gli esseri umani.” Io, discriminato, soffro la violenza dello stato, soffro la violenza del denaro e soffro la violenza del potere su di me. Io, discriminato, voglio svelare la violenza che subisco e voglio cambiare i poteri che conservano, mantengono e giustificano questa violenza contro l’essere umano. Perché io, prima di essere omosessuale, indigeno, disabile, ebreo, musulmano, negro, donna, divorziato, puttana, ragazza madre o povero, prima, molto prima, sono un essere umano”solidarieta

(Senso del non senso- Dario Ergas)

Ora la mia solidarietà non è dettata da condizioni esterne, ma ha come fondamento la mia fede nell’imperativo morale di trattare gli altri come voglio essere trattata. Imperativo che rende la solidarietà solo una delle tante sfumature di uno sguardo più profondo e attento, con cui provo a guardare me stesso, gli altri e il mondo. Ora ciò che mi permette di sentire l’altro come mio fratello è il mio tentativo di vivere una vita in coerenza.

La coerenza non inizia né termina nell’individuo singolo, ma è in rapporto con l’ambiente, con le altre persone. La solidarietà è un aspetto della coerenza personale.”

(Terza lettera ai miei amici-Silo)

Ora ho compreso che “solidarietà” è una parola con una lunga storia che ha una radice comune con “solido”. Ora per me essere solidali è essere tutt’uno con l’altro, per essere tutt’uno con gli altri occorre essere tutt’uno con se stessi.